Due o tre cose sulla rivolta birmana
- I giorni dell’ira
Ad innescare la protesta sono stati i recenti aumenti dei combustibili che hanno fatto lievitare i prezzi di tutti i generi di prima necessità. Pochi purtroppo sanno che in Birmania la popolazione vive con meno di 50,00 centesimi di euro al giorno ed ogni nuovo aumento dei prezzi al consumo mette a rischio la stessa sopravvivenza di chi risiede nei grandi centri urbani.
Inizialmente le piccole , spontanee, manifestazioni erano guidate da sparuti gruppi di militanti dell’opposizione democratica e sindacale ancora a piede libero e coinvolgevano poche centinaia di residenti a Rangoon .
La svolta si è verificata dopo l’aggressione subita da un gruppo di monaci che si erano uniti alla popolazione per manifestare contro il carovita.
Alcuni religiosi avevano infatti subito un vero e proprio pestaggio ed il loro abate aveva prontamente chiesto le scuse ufficiali ai responsabili dell’aggressione.
Scuse tardive e nuove minacce hanno quindi scatenato l’ira della locale comunità monastica che ha preso d’assalto , tra gli applausi della popolazione, i mezzi militari con i quali i gerarchi erano giunti alla pagoda.
Da quel momento la protesta si è estesa a tutti i principali monasteri e la comunità monastica ha assunto la direzione politica del movimento organizzando imponenti manifestazioni in tutte le città birmane.
Si è persino costituita una “Alleanza di Tutti i Monaci Buddhisti Birmani “con lo scopo dichiarato di coordinare la protesta e delegittimare alcuni religiosi collaborazionisti che si arrogavano il diritto di parlare a nome del Sangha birmano.- La repressione
Il resto è la dolorosa replica di quanto accadde nelle precedenti rivolte : impotenza della comunità internazionale, arresti di massa, esecuzioni sommarie, torture, rastrellamenti, minacce e violenze di ogni tipo.
L’apparente clamore suscitato dalle immagini trasmesse dai nuovi media ha presto lasciato il posto alla abituale indifferenza verso cause che la nostra politica non ha alcun interesse a sostenere.
In occidente i “pionieri della pace”che a migliaia ieri solidarizzavano con la”guerriglia irachena” ora tacciono.
I Paesi liberi sono intimiditi dall’arroganza delle potenze asiatiche e l’Unione Europea ,ancora priva di una politica estera comune, si rivela incapace di assumere una vera iniziativa diplomatica.
- La sfida
Forte del sostegno politico,economico e militare della Repubblica Popolare Cinese il regime ha sfidato ancora una volta la comunità internazionale certo dell’impunità sinora garantita da sanzioni inefficaci.
I militari confidano inoltre nella capacità di Cina ( e Russia ) di bloccare ogni ulteriore inasprimento delle sanzioni e di vanificare gli sforzi di quei paesi ( pochi ) che intenderebbero adottare misure ben più drastiche per costringere il regime ad aprire un negoziato con l’opposizione democratica.
Il Partito comunista cinese infatti è da tempo in affari con i militari dai quali inoltre esige “stabilità e ordine” sui propri confini.
Negli ultimi anni la Birmania si è così trasformata in un vero e proprio protettorato cinese ; un protettorato per il quale ha in serbo grandi progetti che “contribuiranno allo sviluppo ed alla pace del Myanmar”.
Infatti il paese ,diventato un importante sbocco per la sua industria manifatturiera , è anche ricco di energia a buon mercato ed ha una posizione strategica per la realizzazione di nuovi porti ed oleodotti.
Persino nei giorni in cui infuriavano scontri sanguinosi ,ed il Consiglio di Sicurezza dell’ONU cercava il consenso cinese all’adozione di nuove sanzioni, emissari di Pechino si sono recati in Birmania per la stipula di un contratto miliardario per la fornitura di gas naturale.
Ma oltre a difendere i suoi interessi economici la Cina deve impedire che la vittoria di un movimento nonviolento guidato da religiosi buddhisti dimostri ai suoi sudditi tibetani e mongoli che ribellarsi non è solo giusto ma anche possibile.
- Che fare
Nei giorni della rivolta i manifestanti si sono ritrovati privi di direzione politica .
Lo spontaneismo dei giovani che si scontravano con i reparti speciali si è rivelato incapace di superare i limiti di una insurrezione senza punti di riferimento organizzativi e logistici.
I dirigenti dei partiti di opposizione ( se non sono in galera ) infatti ormai stazionano in permanenza negli studi televisivi dei network occidentali o nei salotti buoni della diplomazia internazionale.
Esuli e profughi da troppo tempo hanno lasciato il paese ed hanno perso il contatto con la realtà,con la vita quotidiana del popolo birmano.
Il sindacato birmano ,nonostante la solidarietà del movimento operaio internazionale, non è in grado di organizzare una vera mobilitazione dei lavoratori.
Aung San Suu Kyi è da tempo ostaggio dei militari ,fisicamente isolata , incapace di coordinare l’azione dei partiti di opposizione,umiliata da farse come quella di recente messa in scena ad uso e consumo dei media internazionali.
L’isolamento in cui da anni è costretta svilisce il suo ruolo e riduce l’impatto delle sue pur ferme dichiarazioni.
Lo spirito della forza
Il popolo birmano ha finalmente compreso che non può certo confidare nel sostegno della comunità internazionale e che anche i paesi che con coerenza si sono impegnati per l’approvazione di nuove ,e più efficaci , sanzioni oggi non vogliono andare allo scontro frontale con il Partito Comunista Cinese.
Ai democratici birmani non rimane quindi che fare affidamento sulle sole proprie forze !
La guerriglia “etnica”deve però superare le storiche divisioni e mettere a disposizione dei rivoltosi tutto il potenziale di fuoco di cui ancora dispone.
I loro leaders ,che finalmente hanno compreso che solo un governo democratico potrà accogliere le istanze autonomiste nel quadro di una nuova costituzione federale rispettosa dell’identità culturale dei popoli birmani, devono tradurre in strategia militare l’accordo politico finalmente raggiunto.
Solo così il “braccio armato” dei democratici birmani potrà aprire un secondo fronte nelle campagne per costringere l’esercito ad allentare la re/pressione sui grandi centri urbani e consolidare nel contempo il controllo delle zone liberate.
La forza dello spirito
La “supplenza” a cui i religiosi sono stati costretti ha dimostrato nei fatti che solo la comunità monastica è oggi in grado di guidare una insurrezione vittoriosa in Birmania.
L’Alleanza di Tutti i Monaci Buddhisti Birmani , che proprio in questi giorni cerca di dare vita ad un coordinamento internazionale, è infatti l’unico “contropotere” in grado di organizzare la protesta ed assumere la direzione politica del movimento.
La “rete” dei luoghi di culto ed il senso di appartenenza ad un unico Sangha sono i suoi punti di forza.
Il coraggio e la determinazione dei religiosi ,che per definizione “non hanno nulla da perdere”,
è l’esempio che studenti e giovani lavoratori intendono seguire.
Sotto la guida della comunità monastica è finalmente possibile costruire un fronte unico dell’opposizione politica e sociale che sappia dare la spallata al regime.
Con il loro rigore morale i monaci certamente sapranno scuotere le coscienze e convincere gli indecisi e gli incerti a trovare la forza di ribellarsi ad un regime opprimente e liberticida.
