Gli spettri si aggirano nella Cina comunista

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La strage degli innocenti

L’Amministrazione Statale per la Sicurezza ( sic!) sul Lavoro nel 2007 ha registrato oltre 100.000 “morti bianche”.
Mentre il sindacato clandestino cinese ne stima ( per difetto ) oltre 130.000 .
Ciò significa che ogni giorno nella Repubblica Popolare Cinese almeno 300 lavoratori vengono sacrificati sull’altare dello “sviluppo dell’economia socialista”,si immolano per favorire “l’incremento degli investimenti diretti esteri”.
Schiere di  condannati a morte ,senza alcuna sentenza ,per i quali nessuno si sognerebbe mai di chiedere una qualche “moratoria”.
Nella maggior parte dei casi si tratta di contadini che hanno dovuto abbandonare le campagne nella speranza di trovare un lavoro decente che li affrancasse dalla miseria ,che consentisse alla famiglia di sopravvivere sul fazzoletto di terra della ex comune agricola in attesa di tempi migliori.
Ma molti di loro al villaggio non faranno mai ritorno!
Senza contare i milioni di uomini e donne che hanno sofferto danni biologici irreversibili.
Invalidi privi di qualsiasi assistenza ,privati di qualsiasi sostegno economico,destinati a vivere per sempre , come paria, ai margini della società.

Tra disperazione e rivolta

Senza voce,senza rappresentanza,senza diritti i lavoratori cinesi cercano comunque di opporsi in qualche modo allo strapotere delle imprese e fermare la strage nelle fabbriche.
Scioperi spontanei e scontri con i reparti speciali sono ormai all’ordine del giorno.
Sfilano nei cortei invocando l’intervento “dell’autorità centrale” per “far applicare la legge”ma si trovano poi alla mercé di funzionari corrotti in combutta con le direzioni aziendali.
Chiedono ai loro sedicenti rappresentanti del sindacato unico, e di partito ,di tutelarli ma vengono licenziati in massa.
Di conseguenza nelle fabbriche cinesi si continua a morire ed i salari, falcidiati da una inflazione galoppante, non garantiscono nemmeno la sopravvivenza.

Gli scioperi si moltiplicano anche per via di una inflazione galoppante che erode il già modesto potere d’acquisto dei salari.
Nel solo 2007 tutti i generi di prima necessità hanno subito aumenti che vanno dal 15 al 60 %.
Nel 2007 il prezzo del maiale è aumentato del 56%,del 38,8 % quello del pollame,del 28,6 quello dei legumi.
Quindi oggi un chilo di maiale costa circa 2,80 Euro ed un chilo di  pollo 3,30.
Per capire quale sia il reale potere d’acquisto dei salari basta ricordare che nei centri urbani il salario medio di un lavoratore cinese si aggira attorno ai 4,00 Euro al giorno ( per 12/14 ore di lavoro).
La situazione si è fatta ormai insostenibile al punto che non passa giorno senza che scoppi una rivolta, insorga una fabbrica,ci siano scontri di piazza.
Ed  il partito comunista sempre più spesso ordina l’impiego dell’esercito e dei reparti speciali della polizia che irrompono nelle fabbriche in sciopero e aprono il fuoco sui manifestanti .
Per cercare di arginare le proteste spontanee  il Governo di Pechino ha persino deciso di adottare una nuova legislazione sul lavoro che dovrebbe aumentare il potere contrattuale dei lavoratori cinesi ma , come in passato, non produrrà effetto alcuno.
Già oggi infatti è in vigore una legislazione che , se applicata, potrebbe in qualche misura migliorare la condizione operaia ma la totale assenza di libertà sindacale impedisce ai lavoratori di esigerne l’applicazione.
La nuova legge rafforzerà soltanto  i burocrati del sindacato ufficiale ( ai quali come sempre è demandato il compito di verificarne l’applicazione ) offrendo ,al momento opportuno , al regime la possibilità di mettere fuori mercato le aziende “straniere” che competono con quelle di stato ( di proprietà del partito comunista e dell’esercito ) nella produzione di beni di consumo destinati al mercato interno.

La terra a chi la lavora

Continuano poi gli espropri nelle campagne
Capi villaggio e commissari del popolo si arricchiscono svendendo a disinvolti imprenditori o semplici speculatori le terre coltivate dai contadini; contadini che si ritrovano così privi di ogni mezzo di sussistenza.
A volte con la promessa di un indennizzo irrisorio ( che spesso non viene nemmeno corrisposto) , a volte con l’uso della forza ,milioni di persone sono costrette ad abbandonare i terreni che coltivavano da generazioni per far posto alla costruzione di una fabbrica o di una qualche infrastruttura.
I ras locali , grazie a leggi che non tutelano la proprietà privata e forti del sostegno del partito, cacciano dalle loro terre i contadini poveri per speculare sulle aree sottratte spesso con la pura violenza ai “legittimi” proprietari.
E quanti hanno il coraggio di denunciare l’accaduto , siano essi giornalisti o semplici cittadini, vengono uccisi.

Ma nonostante le violenze e le intimidazioni  40.000 contadini hanno di recente sottoscritto una petizione al governo per chiedere che le terre da loro coltivate non possano essere espropriate da nessuno. Iniziativa clamorosa in un paese dove chiunque manifesti la benché minima forma di dissenso rischia di passare il resto della vita in un gulag.
Altri si stanno autotassando per coordinare le iniziative di protesta e pagarsi l’assistenza legale in vista di nuove mobilitazioni.
Altri ancora hanno già ingaggiato vere e proprie battaglie con le forze dell’ordine ,che hanno assediato i villaggi lasciando sul campo decine di vittime tra i contadini in rivolta.
Segno evidente che la forza della disperazione è ormai più forte della paura !
E a loro , non a caso , è rivolto il primo appello lanciato dal neonato Governo Provvisorio cinese che intende capeggiare la rivolta contro gli autocrati di Pechino.
I contadini rappresentano infatti ancora l’80% della popolazione cinese e nella storia del paese ogni rivolgimento politico e sociale ha avuto origine nelle campagne.
Sulla loro rabbia e determinazione si sono fondate insurrezioni e rivolgimenti che hanno detronizzato imperatori e segnato la fine di intere dinastie.
Grazie al loro sacrificio i comunisti hanno preso il potere.
E’ forse il segno che la lunga marcia per la libertà in Cina riprenderà proprio da quelle campagne che fecero la fortuna del “grande timoniere”e dei suoi accoliti.
Ma questa volta farà rotta verso la democrazia e la giustizia sociale perché i lavoratori e le lavoratrici cinesi non vogliono più dover scegliere tra morire di fame e morire di sfruttamento!

Claudio Tecchio

Pubblicato on dicembre 8, 2008 at 12:47 pm  Lascia un commento  

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