
«Una clausola negli accordi commerciali per costringere le aziende cinesi a rispettare i diritti sindacali » . A proporla, come forma di solidarietà da parte del movimento sindacale internazionale, è Claudio Tecchio dell’Ufficio Internazionale Cisl Piemonte.In Cina la crisi si è tradotta in un aumento delle violazioni del nuovo contratto di lavoro e in un nuovo peggioramento delle condizioni nelle fabbriche.
« Non solo. Molti imprenditori cinesi stanno delocalizzando nei nuovi protettorati africani e nelle colonie come il Turkestan Orientale per ridurre ancora il costo del lavoro. Inoltre aumenta il ricorso alle deportazioni di massa e al lavoro forzato » .
Tuttavia gli operai cinesi iniziano a prendere coscienza: nel solo 2008 le cause di lavoro sono raddoppiate a quota 693.000.
“Gli operai hanno da tempo preso coscienza del fatto che sino a quando non verrà abbattuta la dittatura del Partito Comunista Cinese non potranno davvero migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro. Il vero problema è che gli apparati repressivi stroncano sul nascere ogni forma di opposizione sociale organizzata che potrebbe, in questa fase, unificare le lotte operaie destabilizzando il regime. “
Cos’altro si può fare per sensibilizzare i lavoratori o le autorità cinesi?
“Gli operai cinesi devono poter contare sulla fattiva solidarietà del movimento sindacale internazionale. Penso ad esempio a un’iniziativa che imponga l’inserimento in tutti gli accordi commerciali di una ‘ clausola sociale’ che costringa le aziende che operano in Cina a rispettare i diritti sindacali. Per quanto riguarda il Governo cinese ritengo che l’unica forma di pressione praticabile oggi sia il boicottaggio mirato delle merci prodotte nei Laogai, veri e propri lager dove attualmente sono internate milioni di persone costrette ai lavori forzati. “
Le violazioni spesso avvengono in stabilimenti fornitori di società occidentali.
“La proverbiale disinvoltura degli investitori cinesi, l’assenza di un sindacato libero e la corruzione diffusa di fatto impediscono alle aziende occidentali di esercitare una qualche forma di controllo sulle aziende fornitrici. “
Alessandro Bonini
Avvenire,23/7/2009