La Lunga Marcia dei lavoratori cinesi

 

Da alcuni anni nella Repubblica Popolare Cinese si registrava un costante aumento dei conflitti sociali,tanto nei centri urbani quanto nelle campagne.
Gli“espropri”generalizzati di terreni coltivati da contadini poveri e le sempre più frequenti demolizioni su aree da “lottizzare” avevano infatti provocato rabbiose reazioni sfociate spesso in violente manifestazioni contro i simboli locali del potere comunista.
Ma soltanto oggi con l’ingresso in fabbrica di una nuova generazione di lavoratori,più istruiti dei loro padri e quindi anche meno inclini a subire uno sfruttamento intensivo nelle officine lager, assistiamo alla nascita di una vera opposizione sociale.

Sono giovani che non vogliono più dover scegliere tra morire di fame e morire di sfruttamento .
Sono ben consci del fatto che in alcuni distretti industriali comincia a scarseggiare la manodopera e quindi decidono di sfruttare questo”potere contrattuale”per costringere le aziende a ridistribuire parte degli enormi profitti realizzati negli ultimi anni ; profitti conseguiti anche grazie agli enormi sacrifici fatti dai lavoratori migranti.
Incuranti dei rischi connessi all’organizzazione di “attività illegali” decidono di dare vita a scioperi spontanei che colgono di sorpresa tanto il management quanto il sindacato comunista.
Chiedono aumenti salariali,sicurezza sul lavoro,orari meno disumani e,quel che più conta,di poter organizzare sindacati liberi.

Ai primi di Giugno a Suizhou ,nell’azienda tessile Tieshu ,400 lavoratori scendono in sciopero e presidiano i cancelli.
Alla Simaibo Sports Equipment Corporation di Jiangxi ,dopo il linciaggio di un lavoratore da parte della security aziendale, 8000 operai incrociano le braccia ed escono dalla fabbrica in corteo.Attaccati dalla polizia verranno feriti a decine negli scontri seguiti all’aggressione.
Alla Meilu Electronics Factory di Shenzhen il 6 Giugno scendono in sciopero tutti i 10.000 dipendenti che decidono di manifestare all’esterno bloccando le arterie attorno allo stabilimento.
Migliaia di lavoratori scioperano e manifestano anche a Pudong e alla Xi’an Brother Industries di Xi’an.

Il 7 Giugno alla Merry Electronics centinaia di manifestanti bloccano i cancelli e dopo essersi concentrati davanti all’ingresso dello stabilimento partono in corteo verso la strada principale del distretto di Dalang.Innalzano cartelli che chiedono l’aumento dei salari e la riduzione dell’orario.Interviene la polizia che carica i manifestanti ferendone gravemente una decina.
Scioperi con blocchi dei cancelli anche alla Foshan Fengfu Autoparts e alla Yacheng Electronics Factory di Huizhou.
A Shanghai scendono in sciopero i 2.500 lavoratori della Kunshan Shuyuan Machinery che decidono di manifestare all’esterno.Vengono subito attaccati da centinaia di agenti delle forze speciali e 50 operai rimangono gravemente feriti negli scontri .
Infine il 9 Giugno alla Honda di Zhongshan 1700 lavoratori scendono in sciopero rivendicando aumenti salariali e diritti sindacali.Gli operai ,che rifiutano la mediazione del sindacato comunista ,eleggono per la prima volta propri rappresentanti in ogni reparto.
L’azienda offre 100 yuan (12 Euro) di aumento mensile ma il “consiglio di fabbrica” lo giudica assolutamente inadeguato e decide di organizzare un corteo nelle strade di Zhongshan.
Nei giorni successivi a Jiujiang si registrano scontri tra lavoratori e polizia privata aziendale.

Dopo questa prima ondata di proteste il regime ,che aveva persino accolto con favore i primi scioperi nelle aziende della concorrenza “straniera” sperando di vederne così compromessa la competitività in un settore che rischia da tempo una crisi di sovrapproduzione,cerca di correre ai ripari.
Nel momento in cui le agitazioni si estendono alle aziende di proprietà cinese ( e statale ) vieta alla stampa di continuare a riferire delle manifestazioni e quando vede ormai delegittimato il suo sindacato cerca di esorcizzare in qualche modo lo spettro della rivolta operaia.
Per evitare che il movimento si generalizzi il Partito Comunista Cinese decide quindi di alzare il “salario minimo” e lanciare contestualmente una nuova campagna”colpisci duro”; campagna che ,come in passato,con il pretesto di combattere la criminalità offre nuove occasioni di intervento repressivo a danno degli organizzatori della sedizione sindacale

La lotta paga

Ma nonostante serrate ed arresti,violenze e licenziamenti, oggi il movimento si estende e si rafforza riuscendo in alcuni casi a strappare significativi aumenti salariali e far riconoscere le rappresentanze sindacali liberamente elette.
Grazie ad un sapiente uso dei nuovi mezzi di comunicazione i giovani in lotta fanno proseliti tra quei lavoratori che non avevano ancora trovato il coraggio di ribellarsi a condizioni di lavoro disumane.
L’azione spontanea e diretta scuote dalle fondamenta l’apparato repressivo aziendale e statale mettendo in discussione l’intero sistema di potere comunista.
Negli stabilimenti dove i lavoratori sono riusciti ad eleggere propri rappresentanti si costituiscono infatti “consigli operai” che cercano di dare anche vita a prime forme di coordinamento a livello di distretto per denunciare la natura liberticida e antioperaia del regime.
Si gettano così le basi per la nascita di un sindacato libero la cui affermazione dipenderà, in larga misura, dalla capacità di estendere e generalizzare la rivolta operaia.

Patto scellerato

Le miserevoli condizioni di vita e di lavoro mettono già oggi in discussione il “contratto sociale” che ha consentito ad un regime gangsteristico di sopravvivere ad ogni sfavorevole congiuntura.
Il popolo cinese per anni ha rinunciato a rivendicare libertà e democrazia in cambio dell’impegno del partito a ridurre le disuguaglianze ,a ridistribuire reddito.
Ma la tregua che si reggeva sullo scambio tra sviluppo e libertà fondamentali oggi è stata violata ed il conflitto potrebbe riesplodere assumendo forme che potrebbero minare definitivamente la stabilità del regime.
Infatti la recessione in atto ,e la maturità dei consumatori occidentali, rischiano di compromettere definitivamente i piani di rilancio dell’economia cinese .
La contrazione dell’export cinese registrata nel primo semestre del 2010 sembra infatti essere foriera di ben più gravi sconvolgimenti sociali.
Come ben sanno i gerarchi, una crescita inferiore al 10% annuo non consente di dare una qualche occupazione ai milioni di giovani e migranti che ogni anno si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro cinese.
E già nel 2009 ,nonostante le ingenti risorse investite nella creazione di nuove infrastrutture destinate a consolidare il dominio coloniale nei territori occupati del Tibet,del Turkestan Orientale e della Mongolia del Sud ,il PIL è cresciuto soltanto dell’8%.
Mentre le previsioni per il 2010 non vanno oltre un modesto 6%.
Inoltre queste previsioni non tengono ancora conto della rapida crescita dell’inflazione,della possibile esplosione della bolla immobiliare e delle conseguenze devastanti che anche una pur modesta rivalutazione dello yuan avrà sulle esportazioni del Paese.
Uno scenario da incubo per i membri del politburo.

Uno spettro si aggira per la Cina

La conferma viene dal China Daily che il 18 Giugno ha pubblicato un rapporto dell’International Capital Corp Ltd (CICC) secondo il quale nel 2011 sul mercato del lavoro cinese arriveranno altri 39.000.000 di persone in cerca di occupazione. Le fonti governative stimano che ci saranno 25.000.000 di lavoratori che per effetto della scadenza dei contratti a termine dovranno essere ricollocati, a cui andranno ad aggiungersi circa 7.000.000 di diplomati e laureati in cerca di prima occupazione.
Inoltre il regime stima in non meno di 7.000.000 ( ed è una stima davvero prudenziale ) il numero di contadini che si trasferiranno nei centri urbani per trovare un lavoro.
Le stesse fonti sostengono che nello stesso periodo i posti di lavoro effettivamente disponibili non supereranno gli 8.000.000 ,con l’ovvia conseguenza che ben 31.000.000 di persone rimarranno senza lavoro ed andranno ad ingrossare le fila dei disoccupati che raggiungeranno quindi la cifra record di 200.000.000.
E questo nuovo,imponente “esercito industriale di riserva”questa volta potrebbe anche decidere di “sparare sul quartier generale”.

Business as usual

In queste settimane nessun governo,nessun organismo internazionale si è sentito in dovere di richiamare i dirigenti della Repubblica Popolare al rispetto delle convenzioni internazionali che,almeno sulla carta,dovrebbero garantire l’esercizio del diritto di sciopero.
Le multinazionali ,in affari con il regime cinese ,dal canto loro hanno fatto il possibile per stroncare sul nascere la protesta operaia.
La stessa Confederazione Sindacale Internazionale balbetta,incapace persino diesprimere lo sdegno per la feroce repressione delle lotte sindacali.
Mentre i lavoratori cinesi venivano licenziati per rappresaglia ( su precise indicazioni dei quadri del sindacato comunista) alcuni dirigenti presenti al II° Congresso della Confederazione invocavano l’apertura di “un dialogo costruttivo” con il sindacato di stato cinese schierandosi così ,de facto,con il sindacato di regime.
Questi burocrati,culturalmente subalterni al mercatismo imperante,non hanno evidentemente ancora capito che le sorti del movimento operaio internazionale,che le condizioni di vita e di lavoro di tutti i lavoratori, sono oggi nelle mani degli eroici operai cinesi.

Lavoratori di tutto il mondo unitevi

Le speranze di riscatto del popolo cinese e le sorti del movimento operaio internazionale dipendono dalla capacità dei giovani operai di assumere la guida di una protesta che dilaga e coinvolge ormai tutti i settori della società cinese.
Mentre l’opposizione politica è indebolita dai continui arresti,da un controllo sociale spietato, la nascente opposizione sociale potrebbe coagulare il malessere diffuso provocato dalla corruzione dei dirigenti comunisti e dalla violenza degli apparati repressivi.
Questi giovani,tanto coraggiosi quanto isolati,hanno però bisogno del sostegno convinto del movimento operaio internazionale e dell’opinione pubblica dei paesi liberi.A loro deve andare la fattiva solidarietà sia del movimento sindacale ,che deve intraprendere iniziative globali a sostegno delle loro rivendicazioni,sia dei consumatori ,che possono boicottare le merci delle aziende che licenziano in massa gli operai in sciopero.
Tutti devono mobilitarsi per favorire la nascita di un sindacato libero in Cina che incarni il bisogno di libertà e di giustizia sociale del popolo cinese .
Anche da questo dipende la possibilità di fermare la crescita militare e politica del Partito Comunista Cinese.
Prima che sia troppo tardi!

Claudio Tecchio

Pubblicato in: on agosto 5, 2010 at 9:59 am  Lascia un commento  

Controllo demografico e demografia del conflitto

Potala

Gli utili idioti che hanno fatto circolare la “notizia”della fine della politica del figlio unico in Cina probabilmente non avevano nemmeno letto gli articoli pubblicati nei giorni scorsi dalla stampa di regime.Infatti l’annuncio fatto dalle autorità di Shanghai ,e male interpretato dai nostri sedicenti sinologi ,semplicemente richiamava la validità di norme da tempo in vigore.

Gang of Shanghai

E’ pur vero che la città , gestita da un clan ostile alla banda di  Hu Jintao ,ogni tanto si prende la libertà di “interpretare”i decreti imperiali per adeguarli alle esigenze di sviluppo della fiorente economia locale.
Ma non in questo caso.
La gang che controlla Shanghai  ,preoccupata per un tasso di crescita della popolazione che rischia di compromettere i suoi traffici,si è semplicemente limitata a ricordare alle coppie formate da figli unici che possono,da sempre,  avere due figli.
Nulla di più.

Il Partito Comunista Cinese non ha, al momento, nessuna intenzione di concedere deroghe alle rigide norme che regolano la crescita demografica dell’impero.
Al contrario intende applicarle con maggior rigore in quelle colonie dove nel corso degli ultimi mesi si sono verificati episodi di aperta ribellione al potere centrale.
Il regime non intende infatti privarsi di uno strumento che utilmente integra la pulizia etnica in corso in Tibet e in Turkestan Orientale.
Non per nulla negli ultimi mesi nei territori occupati  si è registrato un incremento delle sterilizzazioni e degli aborti ,forzati,sino all’ottavo mese di gravidanza.

Il ratto delle uyghure

La politica del figlio unico ha prodotto effetti devastanti e la Repubblica Popolare Cinese è oggi l’unico paese al mondo ad avere una popolazione maschile che supera di gran lunga quella femminile.
Il Partito comunista con i suoi deliranti proclami non ha fatto altro che accentuare la secolare ,triste,tendenza a privilegiare il nascituro maschio e a farne le spese sono state le bambine che ,a milioni,sono state uccise nella culla per non superare la “quota” assegnata dal partito.

Una recente indagine condotta dall’Università di Pechino certifica che nei prossimi anni soltanto un giovane han su due troverà moglie e quest’incubo ormai turba i sonni di una intera generazione che rischia di non potersi creare una famiglia e non avere quindi discendenti.
E solo chi conosce la cultura e le tradizioni cinesi può davvero comprendere questo dramma.

Negli ultimi anni si sono già registrati migliaia di casi di rapimenti a “scopo di matrimonio”.
E’ nato persino un fiorente traffico di adolescenti ,nella maggior parte rifugiate provenienti dalla Korea del Nord,vendute a caro prezzo a giovani han che non intendevano rassegnarsi al celibato.
Anche le giovani uyghure deportate nelle fabbriche del sud della Cina dovrebbero
“nobilitarsi”andando in spose a giovani han.

Guerra , sola igiene del mondo

Ma se rapimenti e deportazioni non basteranno a colmare il deficit gli specialisti hanno già pronta la ricetta : una guerra convenzionale nella quale qualche milione di giovani maschi han potrebbe ,sperano loro, perdere la vita.
Questo è infatti uno degli scenari prospettati dai demografi ai quali il partito comunista ha commissionato una ricerca sui provvedimenti da adottare per riequilibrare una situazione ormai insostenibile per l’intero paese.

Semplice e tragico!

Claudio Tecchio

Pubblicato in: on agosto 9, 2009 at 10:27 am  Lascia un commento  

Intervista ad “Avvenire”

avvenire

«Una clausola negli accordi commerciali per costringere le aziende cinesi a rispettare i diritti sindacali » . A proporla, come for­ma di solidarietà da parte del movimento sindacale internazionale, è Claudio Tecchio dell’Ufficio Inter­nazionale Cisl Piemonte.In Cina la crisi si è tradotta in un aumento delle violazioni del nuovo contratto di lavoro e in un nuovo peggioramento delle condizio­ni nelle fabbriche.

« Non solo. Molti imprenditori cinesi stanno delocalizzando nei nuovi protettorati a­fricani e nelle colonie come il Turkestan Orientale per ridurre ancora il costo del lavoro. Inoltre aumenta il ricorso alle deportazioni di massa e al lavoro forza­to » .

 
Tuttavia gli operai cinesi iniziano a prendere co­scienza: nel solo 2008 le cause di lavoro sono rad­doppiate a quota 693.000.
“Gli operai hanno da tempo preso coscienza del fatto che sino a quando non verrà abbattuta la dittatura del Partito Comunista Cinese non potranno davvero mi­gliorare le loro condizioni di vita e di lavoro. Il vero problema è che gli apparati repressivi stroncano sul nascere ogni forma di opposizione sociale organizzata che potrebbe, in questa fase, unificare le lotte operaie destabilizzando il regime. “
Cos’altro si può fare per sensibilizzare i lavoratori o le autorità cinesi?
“Gli operai cinesi devono poter contare sulla fattiva solidarietà del movimento sindacale internazionale. Penso ad esempio a un’iniziativa che imponga l’in­serimento in tutti gli accordi commerciali di una ‘ clausola sociale’ che costringa le aziende che ope­rano in Cina a rispettare i diritti sindacali. Per quan­to riguarda il Governo cinese ritengo che l’unica for­ma di pressione praticabile oggi sia il boicottaggio mirato delle merci prodotte nei Laogai, veri e propri lager dove attualmente sono internate milioni di per­sone costrette ai lavori forzati. “
Le violazioni spesso avvengono in stabilimenti for­nitori di società occidentali.
“La proverbiale disinvoltura degli investitori cinesi, l’assenza di un sindacato libero e la corruzione dif­fusa di fatto impediscono alle aziende occidentali di esercitare una qualche forma di controllo sulle a­ziende fornitrici. “

Alessandro Bonini
Avvenire,23/7/2009

 

Pubblicato in: on agosto 9, 2009 at 10:07 am  Lascia un commento  

Una giornata storica

Qualche nota a margine della visita di Hu Jintao in Italia

 “Una giornata storica” ,E.Marcegaglia

Hu_Jintao_2004

Il primo atto della tragica farsa è iniziato domenica mattina all’aeroporto di Fiumicino dove,accanto alle truppe cammellate cinesi ,c’era il ministro D’Urso a fare gli onori di casa.

Un primo,timido, assaggio di quell’accoglienza trionfale che poi  tutti i rappresentanti delle nostre istituzioni avrebbero riservato al boia di Pechino.

Business as usual

L’indomani Hu Jintao viene accolto da una folla festante di banchieri,capitani d’industria,politici  e affaristi di ogni risma in famelica attesa di poter sottoscrivere contratti milionari.

Anche quegli stessi imprenditori che sembravano,sino a ieri,  giustamente lamentare la concorrenza sleale cinese oggi nel coro  plaudono allo shopping del regime e con leggerezza suicida si apprestano a trasferire altro know how  e nuova tecnologia alle aziende di stato controllate dal Partito Comunista Cinese.

Particolarmente eccitati i dirigenti di FIAT Auto che anche grazie al contratto firmato con i cinesi tra qualche anno potranno finalmente  fare a meno di assemblare autovetture negli stabilimenti italiani.

Mentre una pletora di piccoli imprenditori hanno poi dovuto subire lo smacco dell’improvviso cambio di programma che li ha così privati della possibilità di raccogliere qualche briciola caduta dal tavolo fastosamente imbandito dagli abili mercanti cinesi.

 I “fatti di Urumqi”

Come durante i “fatti di Ungheria” Napolitano si è congratulato con gli assassini fingendo  di non sapere cosa in realtà stesse accadendo  in quelle ore nella colonia cinese del Turkestan Orientale.

Nelle stesse ore in cui i carri armati soffocavano nel sangue la rivolta studentesca ad Urumqi il boia di Pechino veniva accolto con tutti gli onori dal nostro Presidente.(Dobbiamo solo augurarci che quella  notte non abbia “bevuto un bicchiere in più” come aveva fatto, a detta del compagno Ingrao,  nella ormai lontana notte del 1956).

Fatto il “lavoro sporco”il nostro Premier Berlusconi ,da vero istrione, ha così potuto dedicare tutti i suoi “discorsi”ad amenità diverse  ,non perdendo l’occasione per ricordare agli amici cinesi “che il nostro Bel Paese si aspetta di vederli tornare ,e più numerosi, come turisti”.

Sempre pronto a fare dell’anticomunismo d’accatto,sparando sulla croce rossa della sinistra radicale italiana,l’impavido Cavaliere,il paladino delle libertà, è riuscito a non dire una sola parola che potesse infastidire il” Partner Strategico”cinese.

Che tristezza !

 “Sarebbe auspicabile che i nostri enti locali non irritassero con inutili iniziative la delegazione cinese” ,C.Romiti,Luglio 2009

 Non sono invece bastate le velate minacce di Romiti ai responsabili degli Enti Locali,rei di aver più volte “irritato” i gerarchi con gesti “irresponsabili”,ad impedire al giovane e coraggioso Sindaco di Firenze di esprimere il suo disgusto per le servili manifestazioni di giubilo di alcuni suoi concittadini.

Al contrario Alemanno ,che aveva appena fatto archiviare la copia della cittadinanza onoraria conferita al Dalai Lama ,forse stregato dalla maledizione del Campidoglio ha voluto essere “anche”con i comunisti cinesi.

Colpirne uno

Durante la passeggiata a San Marco ( Venezia ) un fotoreporter è stato preso a calci, altri sono stati insultati, spinti e strattonati. A tutti , mantenuti con la forza a notevole distanza da Hu Jintao, è stato impedito di fare il proprio lavoro, ovvero di documentare la visita del presidente.

Persino l’Ordine dei giornalisti del Veneto ha dovuto esprimere solidarietà ai  fotogiornalisti che sono stati oggetto di atti di intimidazione e violenza da parte degli agenti cinesi e di un esponente delle forze dell’ordine italiane, addetti alla sicurezza del presidente della Repubblica Popolare Cinese .

“Si tratta di un fatto grave, accaduto peraltro in un momento in cui non vi erano situazioni di pericolo, né tensioni – ha denunciato il presidente dell’Ordine regionale, Gianluca Amadori – E’ un episodio inaccettabile e presenteremo formale protesta per il trattamento riservato ai giornalisti, sollecitando l’apertura di un’inchiesta“.

 E le cose non sono andate meglio a Firenze ,dove ad attendere Hu Jintao c’era il ministro Bondi.

Una pattuglia di tibetani ha inutilmente cercato di avvicinarsi al Grande Statista ma sono stati prima tenuti a debita distanza e poi fermati per accertamenti,trattenuti per ore in questura,passibili di denuncia per”manifestazione non autorizzata”.

Non c’è che dire,è stata davvero una giornata storica che i patrioti uyghuri e tibetani non dimenticheranno facilmente.

Claudio Tecchio

Pubblicato in: on luglio 12, 2009 at 2:58 pm  Lascia un commento  

La notte dei cristalli

Le strade di Urumqi disseminate di cadaveri

Le strade di Urumqi disseminate di cadaveri

Le immagini della carneficina di domenica che ,nonostante la censura del regime,avevano già fatto il giro del mondo hanno creato grande imbarazzo alla delegazione cinese che si apprestava a partecipare ai lavori del G8.
Il Presidente Hu Jintao ha così deciso,dopo una breve consultazione con la cupola del PCC , di far cessare il fuoco dei blindati e dissimulare l’azione repressiva.
Perentori gli ordini impartiti al “governatore” della colonia Uyghura : “stroncare con ogni mezzo la rivolta separatista senza compromettere l’immagine del Partito!”
I commissari politici si sono immediatamente attivati per organizzare bande paramilitari ,da porre sotto il controllo dei “militanti” più fidati, composte di coloni armati e militari in borghese; vere e proprie squadracce alle quali affidare il compito di fare strage degli insorti,completando il lavoro che i “regolari” a quel punto non potevano più portare a compimento.

Questi gruppi hanno quindi preso d’assalto scuole,case ,negozi uccidendo barbaramente a colpi di arma bianca chiunque avesse  l’aspetto di un Uyghuro.
La resistenza del Turkestan Orientale riferisce di numerose decapitazioni di donne e bambini.Li Zhi ,segretario del partito comunista di Urumqi ,è stato fotografato mentre arringava i fedelissimi invocando la pena di morte per i rivoltosi.

Hanno fatto irruzione nelle case sfondando le porte,distruggendo tutto e portandosi via tutti i maschi adulti.Una donna uyghura ,che da giorni ormai non ha più notizie del marito,ci ha riferito che solo nella zona del Bazaar sono state arrestate 300 persone.

Sono entrati negli ospedali dove erano stati ricoverati molti dei feriti negli scontri di domenica ed hanno finito a colpi di spranga chiunque non avesse tratti cinesi.

Alle 4 del mattino le strade della periferia di Urumqi erano disseminate di cadaveri come testimonia il video di un coraggioso reporter indonesiano che è riuscito a rubare qualche immagine dall’interno di un furgone noleggiato sul posto.

Hanno assaltato l’università ,dove avevano trovato rifugio alcuni dei giovani manifestanti sfuggiti alla carneficina di domenica pomeriggio ,e aggirandosi tra i cadaveri degli studenti schiacciati dai carri armati cinesi ,sono riusciti a scovare un gruppo di universitari terrorizzati e li hanno subito trucidati a colpi di bastone.

Secondo fonti della resistenza il bilancio provvisorio è di 800 morti e oltre 1300 feriti. Interminabile l’elenco che ci hanno fornito con i nominativi delle persone scomparse e delle quali parenti ed amici non riescono ad avere notizie.

Dopo le condanne a morte di decine di patrioti e le pesanti condanne inflitte a chiunque fosse sospettato di avere simpatie per la resistenza indipendentista  è così arrivata la lunga notte dei cristalli,forse preludio alla soluzione finale della questione Uyghura.

Claudio Tecchio

Pubblicato in: on luglio 10, 2009 at 1:53 pm  Lascia un commento  

Turkestan Orientale : Le ragioni di una rivolta

 

I giovani Uyghuri sfilano per le strade di Urumqi

I giovani Uyghuri sfilano per le strade di Urumqi

Una premessa

Oggi  per completare la pulizia etnica nei territori occupati il regime cinese alimenta ,con un sapiente uso dei media di stato ,le tensioni “razziali” e cerca di contrapporre ai contadini ed agli operai uyghuri e tibetani in rivolta i coloni frustrati da anni di inutili sacrifici.
I gerarchi alimentano il “nazionalismo” Han additando i rivoltosi come responsabili delle violenze scatenate dalla polizia cinese,come barbari ingrati che impediscono il decollo dell’economia coloniale.
In Turkestan orientale,come in Tibet, le popolazioni autoctone diventano così  il capro espiatorio sul quale sfogare la rabbia e la frustrazione per una crisi che rischia ormai di travolgere il “modello di sviluppo cinese”.

La rivolta di Urumqi

A seguito della grave crisi che ha colpito le aziende che producono giocattoli nella provincia cinese  del Guangdong i dirigenti di una fabbrica di proprietà di Francis Choi ,investitore di Hong Kong,nel Gennaio scorso hanno chiesto ai commissari politici  del Partito Comunista di deportare dal Turkestan Orientale 800 giovani uyghuri da affiancare prima , e sostituire poi ai lavoratori cinesi ritenuti ormai troppo costosi.

Così nei mesi di Maggio e Giugno grazie ai buoni uffici delle “labor authorities “ della Contea di  Shufu ( Turkestan Orientale) sono arrivati i primi contingenti di schiavi costretti a lavorare 12/14 ore al giorno ,sette giorni su sette,per un “salario” di 10 yuan  al giorno ( Euro 1,00).

Vengono stipati nei dormitori appositamente costruiti per loro,costretti ad un regime alimentare degno di un gulag sovietico,prigionieri della  fabbrica  e guardati con sospetto dagli operai cinesi che già intuivano le reali intenzioni dell’azienda.

A fine Giugno ,completato il “trasferimento”,l’azienda inizia quindi a licenziare i primi operai cinesi ed uno di loro,certo Zhu,il 26 Giugno  per “vendicarsi”dei “concorrenti” telefona agli ex compagni di lavoro raccontando di aver assistito allo stupro di una lavoratrice Han da parte di alcuni giovani uyghuri.

Accusa assolutamente infondata che però ,visto il clima che si era ormai creato in fabbrica,induce centinaia di cinesi a fare irruzione nei dormitori ed uccidere barbaramente 26 operai ed operaie uyghure ,ferendone gravemente altri 118.
Inutile dire che le autorità locali, a libro paga dell’azienda,si sono guardate bene dall’aprire una vera inchiesta sull’accaduto.

Questo è l’ennesimo episodio di discriminazione ,di violenza cieca e di selvaggio sfruttamento  che ha spinto i giovani di Urumqi a scendere in piazza per chiedere giustizia e la fine delle deportazioni di massa dei loro coetanei .

Apartheid

Ma ci sono anche altri crimini che esasperano e scuotono la comunità Uyghura.
Gli uyghuri , come i tibetani,sono ormai ridotti a minoranza nel loro paese.
Basti pensare che in quella che era un tempo la capitale del Turkestan Orientale oggi risiedono quasi due milioni di Han.
Ed il flusso dei coloni continua ininterrotto.
Per alimentarlo il governo cinese non bada a spese erogando agli Han incentivi in denaro , offrendo casa e lavoro ,assegnando loro i terreni espropriati agli uyghuri,costruendo nuove infrastrutture.

Nel contempo prosegue la deportazione dei pastori nomadi e dei contadini uyghuri che sono costretti a trasferirsi nei nuovi “villaggi socialisti”;veri e propri campi di concentramento dove ,controllati a vista dai militari cinesi,sono costretti a vivere come paria ,senza lavoro e senza reddito.

Religione,lingua e tradizioni vengono negate dalle politiche “assimilatrici” imposte da Pechino per sradicate l’identità nazionale di un popolo.Basta ricordare che oltre il 50% degli Uyghuri detenuti nei Laogai del Turkestan sono stati condannati ,senza processo, ai lavori forzati soltanto per aver praticato la loro religione.

Le politiche di “pianificazione familiare”controllano rigidamente la crescita demografica dei nativi imponendo aborti ,sino al nono mese di gravidanza,e sterilizzazioni forzate alle donne Uyghure.

Nei centri urbani il tasso di disoccupazione tra i giovani sfiora ormai l’80% e anche quando riescono a trovare un lavoro percepiscono un salario di gran lunga inferiore a quello corrisposto ai figli dei coloni cinesi

Le risorse naturali vengono sistematicamente saccheggiate, grandi distese un tempo utilizzate dai pastori nomadi sono state trasformate in poligoni nucleari e centinaia di migliaia di pastori e contadini vengono ancora oggi contaminati dalle radiazioni.

Ed il tragico rosario potrebbe continuare ma credo che questi primi elementi possano spiegare ai nostri improvvisati sinologi ,che ancora si interrogano sulle ragioni della rivolta, quale sia la sorte toccata agli abitanti dei territori illegalmente occupati dalla Repubblica Popolare Cinese.

Claudio Tecchio

Pubblicato in: on luglio 10, 2009 at 1:50 pm  Lascia un commento  

Studenti e contadini uniti nella lotta !

Machu

Come auspicavamo la resistenza tibetana ha compiuto un grande salto di qualità organizzando lo sciopero ad oltranza dei contadini nelle province orientali.Ai giovani tibetani dei ghetti di Lhasa ,ai religiosi in rivolta in tutti i principali monasteri oggi si uniscono migliaia di agricoltori poveri che hanno saputo dare vita ad una straordinaria mobilitazione contro l’occupante.Per la prima volta nella storia del Tibet i lavoratori della terra sono scesi  in sciopero assumendo,di fatto,  la guida del movimento insurrezionale ;uno “sciopero politico” che rivendica la liberazione di tutti gli arrestati ed il ritiro delle truppe di occupazione.Anche gli studenti tibetani ,che avevano già dato prova della loro determinazione sfidando nel cuore dell’impero i reparti speciali cinesi,sono tornati nei giorni scorsi a manifestare chiedendo “democrazia e libertà”.La lotta quindi si estende e la resistenza trae nuova linfa dall’impegno di una generazione di tibetani finalmente decisi a battersi in prima persona contro il regime coloniale cinese.

 

Sappiamo che lo sciopero iniziato ai primi di Marzo è ancora in corso nei villaggi di  Jiwariwa, Dragan, Tsanbha, Ambha, Godha, Dhotrengdha, Ketreng, Jodha, Washul, Gazi, Shilu, Nguldha, Thartse, Bhothang, Khathang, Rongsum.Nonostante una repressione feroce ( sono oltre cento i giovani contadini arrestati e torturati dalla polizia politica comunista nelle ultime settimane) e ben consci del fatto che se anche riusciranno a sfuggire all’arresto dovranno affrontare indicibili rinunce per via del raccolto ormai compromesso,gli agricoltori non danno segni di cedimento e con la loro tranquilla determinazione suscitano ammirazione e spingono altri contadini ad emulare la loro lotta nonviolenta.E a nulla sono valsi gli appelli dei commissari politici comunisti e dei collaborazionisti ,dentro e fuori del Tibet ,per fermare la lotta.Si gettano così finalmente le basi per la creazione di una opposizione sociale che sarà vittoriosa nella misura in cui saprà dare vita ad un grande sindacato libero di tutti i lavoratori e le lavoratrici del Tibet.

 

Non è irrealistico pensare che la protesta dei contadini tibetani  possa ora saldarsi con la ribellione dei contadini cinesi che si vedono “espropriare” la terra  dai funzionari di partito e ogni giorno si scontrano con gli apparati repressivi del regime.Inoltre è bene ricordare che nei mesi scorsi milioni di migranti sono tornati ai loro villaggi dopo essere stati espulsi dalle aziende in crisi  e senza le loro rimesse intere comunità rurali non avranno più di che sostenersi.Questo esercito industriale di riserva in rotta non ha più alcuna speranza di trovare una nuova occupazione nelle campagne impoverite e ,senza reddito e senza tutele, potrebbe anche decidere che è giunto il momento della resa dei conti con il regime.

 

Mentre i gerarchi di Pechino pateticamente celebrano le “conquiste del proletariato” dalle campagne tibetane e cinesi potrebbe quindi partire la “lunga marcia”verso la libertà e la giustizia sociale.

 

Claudio Tecchio

Pubblicato in: on maggio 9, 2009 at 2:55 pm  Lascia un commento  

Milano : 50° anniversario della rivolta di Lhasa

reting-021Il video: http://www.youtube.com/watch?v=35eNQ4htvF8

Pubblicato in: on marzo 26, 2009 at 9:04 am  Lascia un commento  

La Giusta Lotta del Popolo Tibetano

Costruire un Fronte Unito di tutta l’opposizione politica e sociale

In questi tragici mesi abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere per fare in modo che la gente sapesse cosa stava accadendo in Tibet,per sollecitare Governi ed Istituzioni Internazionali ad agire, per sostenere fattivamente le iniziative organizzate dagli esuli in molti paesi. Abbiamo organizzato decine di manifestazioni che hanno coinvolto migliaia di lavoratori e non solo in Italia. Ma nonostante i nostri sforzi nessun governo europeo ha fatto nulla per fermare la repressione e facilitare una soluzione negoziale della questione tibetana. Oggi siamo quindi convinti che nonostante le atrocità commesse dal Partito Comunista Cinese in Tibet la Comunità Internazionale non intende fare nulla di concreto per sostenere la vostra lotta..

L’Europa non vuole sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo tibetano e si limita a lanciare qualche appello al ”buon cuore” dei comunisti cinesi. E lo fa soltanto per dare una risposta,parziale e limitata,alle sollecitazioni dell’opinione pubblica europea che chiede a gran voce un intervento autorevole che possa almeno fermare la repressione.

Gli Stati Uniti dal canto loro non vanno oltre la generica condanna degli “abusi”commessi dal regime e non intendono fare nulla di concreto.

Mentre l’ONU e il suo Consiglio di Sicurezza sono ostaggio della Cina e , anche volendo, non possono fare assolutamente nulla.

Quindi riteniamo che ,anche sulla base di quanto accaduto nei mesi scorsi, i tibetani debbano fare affidamento solo sulle loro forze. Sapendo comunque di poter contare sulla solidarietà di quanti ,come noi, sono disposti a sostenere una giusta lotta per la libertà e la giustizia sociale.

Organizzare la Resistenza

In Tibet nessuno più si illude che i teorici del “centralismo democratico”possano concedere anche solo un simulacro di autonomia amministrativa. Dopo i tragici fatti della scorsa primavera molti hanno finalmente compreso che la lotta di liberazione sarà una lotta di lunga durata in quanto gli autocrati di Pechino hanno appreso la lezione impartita dal crollo dell’U.R.S.S. e non intendono ripetere gli stessi errori del PCUS. Occorre quindi andare oltre la pur eroica spontaneità che ha improntato la recente rivolta ed organizzare la resistenza.

L’esperienza polacca ci ha insegnato che occorre costruire una rete capillare che sia in grado di organizzare prime forme di disobbedienza civile,scioperi e dimostrazioni ; azioni risolute ma che ,nel limite del possibile,non espongano la gente del Tibet alla rappresaglia dei comunisti cinesi.

Ma se i tibetani non sapranno costruire alleanze i pur coraggiosi patrioti avranno scarse possibilità di rovesciare il regime.

Ci sono altri popoli,altre nazioni, colonizzate dalla Repubblica Popolare Cinese.Uomini e donne che sentono come i tibetani inaccettabile l’oppressione di un regime sanguinario. Occorre quindi costruire un Fronte Unico di tutta l’opposizione , politica e sociale, dal Turkestan Orientale al Tibet,dalla Mongolia del Sud alla Manciuria. Unire le forze e definire una strategia condivisa che possa finalmente abbattere la dittatura del Partito Comunista Cinese.

 Inoltre bisogna ,da subito,stabilire relazioni amichevoli con i democratici cinesi che domani saranno chiamati a gestire la transizione e creare nell’immediato le condizioni per un franco dibattito circa il futuro delle Nazioni e dei Popoli oggi colonizzati da Pechino.

Noi riteniamo che debba essere il Popolo Tibetano a decidere liberamente del proprio futuro. A questo fine le Nazioni Unite avranno il dovere di organizzare in tutti i territori occupati un referendum per certificare la volontà dei tibetani di riappropriarsi del loro Paese e della loro Libertà.

Esercitando così il loro inalienabile diritto all’autodeterminazione.

Viva la Giusta Lotta del Popolo Tibetano !

 10 Marzo 2009

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Pubblicato in: on marzo 11, 2009 at 7:37 pm  Lascia un commento  

Tibet : La Soluzione Finale

 

Reprimere
Nei mesi scorsi decine di manifestazioni sono state represse nel sangue.  Centinaia di tibetani sono caduti sotto il fuoco delle truppe di occupazione e migliaia di rivoltosi sono stati prima arrestati e poi sistematicamente torturati.
Nei monasteri sono riprese ,con maggior vigore, le sessioni di “rieducazione patriottica” durante le quali i religiosi sono costretti ad abiurare sottoscrivendo una dichiarazione di fedeltà al regime.
Le nostre fonti ci riferiscono che in tutto il Tibet vige ormai la legge marziale ed i controlli si sono fatti asfissianti. I reparti speciali cingono d’assedio le città che hanno guidato la rivolta in primavera ed hanno avuto  l’ordine di sparare su ogni assembramento “ostile”.Da alcuni centri si esce ,dopo il coprifuoco,soltanto con uno speciale permesso rilasciato dalle autorità comuniste. Sappiamo inoltre per certo che nei territori occupati  stazionano oltre 250.000 militari e che in alcune località il numero di effettivi dell’Esercito di Liberazione Popolare supera ormai di gran lunga il numero dei residenti.
Le truppe si sono accampate nelle periferie e per il momento si limitano ad intimidire la popolazione sfilando a passo di marcia nelle principali vie cittadine ,ma sono ormai pronte ad entrare in azione.
E a partire dal mese di Ottobre ,come prevede una direttiva emanata prima dei Giochi Olimpici ,stroncheranno sul nascere ogni nuova manifestazione di dissenso e riprenderanno il controllo del territorio.
Assisteremo così a nuove stragi ,alla deportazione dei rivoltosi,a nuovi processi farsa che condanneranno a decine di anni di gulag i giovani insorti,alla fuga di quanti cercheranno di mettersi al riparo dalla furia omicida della polizia politica.

Emarginare

I coloni,indottrinati dal regime,considerano i tibetani “ingrati selvaggi”ai quali si devono affidare solo i lavori più umili e sottopagati. Per molti cinesi gli indigeni sono “gente infida” che deve essere tenuta ai margini della società.
Ne consegue che oggi tra i giovani tibetani il tasso di disoccupazione raggiunge ormai l’80%. E se anche riescono a trovare un lavoro la loro retribuzione è mediamente inferiore del 40% a quella corrisposta ai figli dei coloni cinesi.
Disoccupati o con un salario da fame vengono cacciati,con le loro famiglie, dai centri storici delle città per fare posto alle nuove costruzioni ,in perfetto stile “realismo socialista”,destinate alla nomenklatura  .
Interi quartieri sono stati infatti abbattuti con il pretesto di rendere più salubri gli abitati ed i tibetani sono stati relegati ai margini della società ,deportati in edifici fatiscenti , spesso costretti all’accattonaggio.
In questo contesto da vero e proprio apartheid per chi rimane in città la vita si è fatta impossibile e la maggior parte delle famiglie deve sopravvivere con un redito annuo inferiore ai 200,00 Euro.
L’inflazione ,che ha raggiunto quest’anno livelli record,ha poi falcidiato i già bassi salari riducendo ulteriormente il tenore di vita dei tibetani.
E nelle campagne le cose non vanno certo meglio.
I contadini ed i pastori che non sono ancora stati deportati nei nuovi “villaggi socialisti”si vedono espropriare la terra in cambio di indennizzi simbolici che spesso non vengono nemmeno corrisposti.
Tra i tibetani il tasso di alfabetizzazione è crollato in quanto le famiglie non sono più in grado di pagare gli studi ai figli.
L’assistenza sanitaria è garantita solo a quanti possono pagare cure e medicinali che hanno costi proibitivi per gli autoctoni.
La previdenza semplicemente non esiste.

Rieducare

Nel Tibet occupato, nonostante gli sforzi della propaganda di regime e l’imbarbarimento della vita quotidiana, la religiosità è ancora diffusa ed alimenta la rivolta contro l’occupante.
I monasteri, nonostante l’asfissiante controllo poliziesco, continuano a promuovere una cultura antiautoritaria inconciliabile con la dottrina comunista e alimentano la resistenza nonviolenta alla dominazione coloniale cinese. Negli ultimi mesi abbiamo quindi assistito ad una ondata di arresti, detenzioni arbitrarie, esecuzioni sommarie che nelle intenzioni di Pechino avrebbero dovuto definitivamente sradicare la cultura tradizionale tibetana.
Tra le mura dei monasteri, lontani da sguardi indiscreti, i fanatici propagandisti del regime cercano di soffocare, con una vera e propria “campagna di rieducazione”, la sovversiva vitalità dello spirito buddhista. Il Partito ha costituito “gruppi di lavoro” che hanno il compito di “educare al patriottismo” e di “estirpare le radici del separatismo” (e quanti non seguono con regolarità le sessioni di rieducazione o si rifiutano di sottoscrivere l’abiura vengono cacciati dalle istituzioni monastiche).
Quelli che sono riusciti a fuggire, percorrendo a piedi intere catene montuose, ci descrivono un clima di terrore paragonabile solo a quello instauratosi negli anni della famigerata“rivoluzione culturale”.
Il solo possesso di una fotografia del Dalai Lama comporta oggi l’arresto o, nella migliore delle ipotesi, l’espulsione dal monastero.
Sono state anche decise misure ancora più restrittive per limitare l’influenza dei centri religiosi imponendo un assoluto divieto ai minori di 18 anni di accedere all’educazione religiosa , cacciando i monaci più anziani detentori di una inestimabile saggezza.
I commissari politici del Partito Comunista Cinese hanno poi infiltrato loro agenti nelle comunità religiose con il compito di controllare ogni momento della vita quotidiana dei monaci. E quando i gerarchi non riescono con questi mezzi cosi convincenti a “normalizzare” la vita del monastero, procedono semplicemente alla sua distruzione. Infatti tutti i luoghi di culto “non autorizzati” possono essere rasi al suolo in qualsiasi momento senza nemmeno una comunicazione preventiva. Ma se nel caso dei monasteri, da sempre centri di contropotere, è” comprensibile” il furore repressivo, nel caso degli asceti solo l’isteria di qualche burocrate può invece spiegare l’accanimento con cui si infierisce su questi praticanti. Di recente ho appreso dal Dalai Lama che molti asceti hanno dovuto lasciare i ritiri montani in quanto non erano in grado di pagare la nuova tassa di “occupazione di caverna”(sic!). E, dato che non intendevano continuare la loro pratica meditativa nelle galere cinesi, hanno cercato rifugio in località ancora più remote nella speranza di sfuggire all’arresto per “morosità”.

Deportare

Il Partito Comunista Cinese si è interrogato sulle ragioni che hanno spinto i nativi alla rivolta ed è giunto alla conclusione che senza  una radicale riorganizzazione del territorio non è possibile cancellare l’identità nazionale  tibetana .
Cultura tradizionale e religiosità diffusa si possono estirpare soltanto se si cambia radicalmente la vita quotidiana di pastori e contadini, se li si allontana definitivamente dalle terre d’origine concentrandoli in aree dove sia possibile la “ricostruzione controllata” di una identità finalmente compatibile con lo sviluppo socialista.
Nei mesi scorsi è stato così emanato un provvedimento che impone ai pastori nomadi ed ai contadini di trasferirsi , a loro spese, nei “gulag” realizzati in zone facilmente controllabili dalle forze di sicurezza cinesi.
Dalle prime immagini dei confortevoli loculi (3 metri x 4,  privi di elettricità e di acqua potabile, ma sui quali sventola la rossa bandiera del PCC !)  deduciamo che si avvicina ormai  la soluzione finale della questione tibetana.
Infatti accanto alle nuove “abitazioni” non c’è spazio per greggi ed armenti ed i tibetani sono quindi costretti a svendere bestiame ed animali da cortile ,loro unica fonte di sostentamento , prima di “trasferirsi”nei nuovi campi di concentramento.
Inoltre la baracca viene loro venduta a prezzi esorbitanti ed il ricavato della vendita del bestiame potrà forse servire per versare un piccolo acconto, ma per saldare il debito dovranno chiedere un prestito ad una banca cinese; prestito che difficilmente potranno mai restituire.
Indebitati e disoccupati finiranno così per essere arrestati per morosità .
Mentre chi avrà osato sfidare l’ingiunzione governativa si vedrà radere al suolo la vecchia abitazione .
E questo è solo l’inizio della deportazione di tutti i  pastori, di tutti  i contadini che ancora vivono nelle campagne del Tibet.
Se l’esperimento avrà successo  presto sorgeranno ovunque “insediamenti moderni”dove i nativi verranno” invitati” a trasferirsi pena l’arresto ed il sequestro di tutti i beni.
2.500.000 di tibetani,oltre un terzo della popolazione,rischiano quindi la deportazione !
Ma nessuno ormai osa più denunciare i crimini commessi dalla cricca al potere e lo stesso Governo Tibetano in Esilio evita con cura di informare il mondo libero sulle deportazioni in atto.
Dopo l’inaugurazione della ferrovia ,che ha già portato in Tibet decine di migliaia di nuovi coloni,oggi assistiamo impotenti alla più grande deportazione di massa dai tempi di Stalin.

Claudio Tecchio

Pubblicato in: on settembre 26, 2008 at 6:16 pm  Lascia un commento  
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